Memi: vignette a propagazione “virtuale” o “virus” cerebrali?

Una riflessione tra scienza e pseudo-scienza

Di Manuel Paratore

Cos’è un meme?

Oggigiorno con il termine “meme” – nella cultura di massa – si intende una vignetta diffusa viralmente, per lo più attraverso i social network, contenente delle frasi satiriche, utilizzata per puro scopo ludico. Ognuno di noi ha infatti la possibilità di osservare la propria bacheca pervasa da tali “unità”, condivise viralmente da migliaia di utenti. Vi è pertanto la possibilità di veicolare conoscenze e, dunque, impattare sulla cultura di una determinata comunità, che essa sia virtuale o biologica, semplicemente “tramandando” ad “altri” un contenuto informativo.  

Esempio di meme. immagine pubblicata su: Focus.it

Non tutti sanno, però, che il termine “meme” – utilizzato appunto per descrivere tali vignette – è un’estensione o evoluzione,  oserei dire “errata”, dell’originario concetto proposto da R. Dawkins sul finire degli anni ’70 del novecento, nella pubblicazione “Il gene egoista”; in cui esso introduceva i memi definendoli come unità “auto-propagantesi” tra un cervello umano ed un altro, analoghe ai geni nel DNA. 

L’unico punto in comune tra le unità dawkiniane e le unità diffuse sui social sta nel concetto di “viralità” (quindi propagazione) ed evoluzione. Infatti, restando ancora per qualche riga sul lato social è opportuno osservare come la condivisione, effettuata dagli utenti, sia analoga al concetto di diffusione di un virus, potenzialmente in grado di contagiare migliaia di persone in pochissimo tempo. 

Per comprendere meglio il concetto e chiarirne pertanto l’estensione del termine alle attività del “web 2.0” è necessario introdurre l’intuizione di Dawkins e scoprire cosa il termine significasse originariamente. I concetti che portarono alla geniale intuizione furono il connubio tra cultura, evoluzione e genetica. Inoltre, così come il meme, inteso oggigiorno, porti un vantaggio semplificativo – in grado cioè di esprimere un concetto e far divertire la gente in “poche righe” – anche i memi dawkiniani potrebbero essere vantaggiosi per l’Uomo e la sua cognizione: in grado cioè di tramandare informazioni pre-configurate e pronte all’uso, proprio come lo è la vignetta “pronta” per essere condivisa online. 

L’intuizione di Dawkins

Nel paragrafo di apertura dell’undicesimo capitolo de Il gene egoista, l’argomento sotto i riflettori è il concetto di “cultura”. Che cosa intendiamo, genericamente, con questo termine?

Copertina de: “Il gene egoista”. immagine pubblicata sul sito: Oscarmondadori.it

Sicuramente ci riferiamo ad un complesso di credenze, tradizioni, competenze, cognizioni e tecniche che sono trasmessi, usati e condivisi da una comunità umana, da un popolo o dall’intera umanità.

Può esistere una cultura senza un processo di trasmissione?

Cultura e trasmissione sono termini coinvolti in una profonda relazione, probabilmente indissolubile e intaccabile. Non esisterebbe, infatti, cultura senza trasmissione e, viceversa, non ci sarebbe trasmissione senza alcuna “informazione da riferire”.

La forza motrice di tale relazione è ravvisabile, andando indietro nel tempo di qualche miliardo di anni, nel “brodo primordiale” in cui si trovarono la prima manciata di cellule bisognose di uno starter in grado di garantire loro la sopravvivenza. La soluzione – adottata automaticamente in quel contesto, senza intenzionalità – fu la trasmissione, ovvero, il tramando alla successiva generazione cellulare di una certa quantità di informazioni, tale da permettere una crescita evolutiva esponenziale. L’evoluzione, dunque, intesa dal mero punto di vista genetico, pare sia il prodotto di una specifica trasmissione di specifiche informazioni

A partire da questa singolare regola universale e, riprendendo il concetto di cultura, lasciato in sospeso, Dawkins produce una brillante intuizione – oggetto ovviamente di numerose critiche e riflessioni da parte del mondo scientifico – secondo cui, al mondo, esista un’altra tipologia di replicatori, del tutto analoga ai geni.

Dawkins indicherà questo replicatore con il termine “meme”: un neologismo nato dalla fusione del termine greco “mimesis” (imitazione) e il termine “gene” (replicatore biologico).

Dawkins fornisce, inoltre, un piccolo elenco di ciò che concretamente corrisponde a tali unità: idee, frasi, parole (come affermerà Dennett più tardi), mode, ecc.

Chiarito in cosa consistano i memi risulta necessario definire come possano propagarsi repentinamente da un essere umano all’altro. Come avviene la trasmissione dei geni? Dawkins adotta un’analogia, asserendo che «proprio come accade ai geni, che si propagano nel pool genetico passando da un corpo all’altro tramite spermatozoi o cellule uovo, i memi si propagano nel pool memico passando da un cervello all’altro per imitazione».

I memi sono, dunque, virus a “propagazione umana”

Tirando le somme, si può utilizzare un’immagine metaforica per illustrare l’attività di “disseminazione” dei memi: essi sono virus a propagazione umana.

Alla stregua di un virus – che si parassita e propaga nelle cellule degli organismi viventi – le unità memiche si parassitano e si propagano nel cervello umano, come se fossero dotate di vita propria, dando così origine ad una sorta di infezione, attraverso cui risulta quasi impossibile liberarsi. Inoltre, una volta sedimentato nel cervello ospitante, è possibile tramandarlo non solo in linea orizzontale (da un cervello all’altro), bensì anche in linea verticale (da padre a figlio) così come avviene per i geni.

Esempio di trasmissione memica. foto pubblicata su: Studiotrevisani.it

A partire dalla propagazione genetica, che ha gettato le basi per edificare un cervello strutturato capace di ospitare memi, è stato possibile evolversi culturalmente. “È possibile affermare, dunque, che, ogni qualvolta si presentino le condizioni ideali per la replicazione, che sia essa genica o memica, e che le piccole unità, prese singolarmente o aggregate in pool, riusciranno a fare copie di se stesse daranno il via ad un processo evolutivo”; presentando così le stesse caratteristiche, descritte qualche pagina sopra, del processo di evoluzione per selezione naturale.

Resta ora da capire come tale supposizione, introdotta da Dawkins, possa innestarsi in modo coerente in ambito scientifico-accademico e come possa essere definita, a tutti gli effetti, disciplina scientifica.

Nascita di una nuova scienza: la “memetica”

L’ipotesi formulata da Dawkins sul finire degli anni ’70, oltre ad offrire un importante contributo in ambito biologico-evoluzionistico, fu oggetto di numerose critiche e dibattiti tra biologi e scienziati di numerose discipline, in quanto secondo la loro visione “materialista” non risultava evidente e chiarito attraverso gli scritti dell’autore come, queste unità auto-propagantesi, potessero trasmettersi, sedimentarsi e, soprattutto, propagarsi nel cervello umano. Tutto ciò conferì alla memetica la tanto discussa dicitura di disciplina non scientifica, connotazione mantenuta freddamente per diverse decadi, fin quando, sul finire degli anni ’90, tornò alla ribalta grazie alla pubblicazione del volume The Meme Machine (1999) di Susan Blackmore. Il lavoro della psicologa britannica ha promosso la configurazione della memetica come disciplina scientifica vera e propria, analizzandone il potenziale e divulgandone le principali caratteristiche, non solo al mondo scientifico. Inoltre, oggigiorno, la parola memetica (derivazione di meme) conta circa 40.100 risultati sulle ricerche di Google. È evidente come la parola in questione sia diventata essa stessa un meme diffondendosi nell’immaginario comune. Un contagio globale che conta milioni di infettati in rete.

Susan Blackmore, fautrice della “
memetica” come disciplina scientifica. Foto tratta da: Wikipedia.org

Nel caso sopracitato è presente un evidente contagio orizzontale. Ad essere infettati, infatti, non sono uomini appartenenti a generazioni cronologicamente distanti bensì membri appartenenti – in linea orizzontale appunto – allo stesso “ecosistema culturale”, che prende il nome di internet.

Analogamente è possibile riprodurre lo stesso discorso in merito alle mode o ai memi (intesi come vignette ludiche) introdotti nel primo paragrafo, che, tendenzialmente, tendono a divulgarsi nella stessa fascia cronologica a membri “culturalmente vicini”.

Esempio di contagio: la giunca cinese

«Quando avevo circa nove anni mio padre mi insegnò a fare l’origami di una giunca cinese […] il giorno dopo infettai i miei compagni di classe trasmettendo loro la capacità di fare lo stesso origami, tale capacità si diffuse in tutta la scuola alla velocità del morbillo […] Non so se in seguito l’epidemia si sia estesa anche ad altri istituti, so solo che mio padre aveva assorbito il meme della giunca cinese nel corso di un’epidemia quasi identica divampata nella stessa scuola venticinque anni prima.»

Esempio di “origami”. Fonte: Pixabay.com

La diffusione memica avviene in breve tempo all’interno di uno stesso ecosistema culturale, e le sue moltiplicazioni sono possibili grazie al processo imitativo: gli scolari imitano il processo di creazione per portare a termine la giunca cinese nel modo più fedele possibile all’originale.

E, dato che ad essere appreso è il processo di realizzazione, Dawkins afferma che ad essere riprodotti, ogni qualvolta uno studente intenda realizzare un origami, non saranno i fenotipi ma le “istruzioni” (nel nostro caso memetiche), in base alle quali è possibile portare a termine giunche (fenotipi) diverse che non verranno trasmesse direttamente alle generazioni successive, poiché a essere trasmesse saranno solamente le informazioni di copiatura.

Capito il meccanismo di azione memetica è possibile «guardare il mondo da un nuovo punto di vista: il punto di vista del meme». In questa inedita lettura, l’universo inizia ad assumere un nuovo aspetto. A ciò si aggiunge che le migliaia di memi in circolazione entrano in competizione per assicurarsi l’accesso in un cervello ospitante: il concetto di pressione selettiva si sovrappone allo studio darwiniano sulla selezione naturale. Ogni azione, ogni parola proferita o ascoltata, immagine, musica, programma radiofonico o televisivo, contengono una miriade di informazioni memetiche pronte a seminare il cervello umano creando non solo germogli di singole unità ma anche intere piantagioni – che prendono il nome di pool – di memi. In tutto questo “caos competitivo” solo alcune unità avranno la possibilità di accesso al sistema nervoso centrale e lì potranno sedimentarsi con successo. Infatti, qualora un individuo presti attenzione ad una qualsiasi parola o idea o messaggio promozionale trasmessi dai media, alcuni memi riusciranno a penetrare nel cervello umano, mentre le restanti unità si estingueranno senza successo. 

Questo processo è il frutto dell’insediamento memico nei tessuti cerebrali: esso è inevitabile ed è improbabile non cadere nel vortice della loro presenza. A tal proposito Susan Blackmore propone una curiosa “idea”: La teoria delle erbacce

«Una mente vuota è un po’ come il mio orto dopo che l’ho zappato, ripulito e sarchiato. La terra è scura, incolta, grassa e pronta ad accogliere qualsiasi cosa abbia voglia di crescervi. Dopo una o due settimane farà capolino qualche macchia di verde […] ben presto sarà coperto di vegetazione […] e non si riuscirà più a vedere un solo angolo di terra nuda […] Se qualcosa può crescere, state certi che crescerà […] i memi fanno esattamente la stessa cosa»

A questo punto nasce un interrogativo: tutte le nostre conoscenze, idee e saperi sono memi o appropriati pool memici? Occorre fare un’accurata distinzione tra due elementi importanti. Nel paragrafo Non tutto è un meme, l’autrice chiarisce le idee al lettore, distinguendo ciò che è possibile apprendere per imitazione e tutto ciò che crediamo venga appreso per imitazione ma di fatto è un comportamento innato.

È bene specificare che per imitazione si intende uno scambio di informazioni tra due esseri umani, attraverso copiatura, in uno specifico contesto ambientale/culturale. A partire da ciò l’uomo è in grado di generare nuovi comportamenti. Nel caso degli animali, un gatto ad esempio, benché anch’esso abbia comportamenti e processi funzionali analoghi a quelli umani (percezione, memoria, ecc.) non è possibile ammettere che, a partire da uno stimolo primario, esso sia in grado di generare un comportamento nuovo. Tendenzialmente il gatto farà serialmente la stessa sequenza di comportamenti appresi in precedenza, senza avviarne di nuovi.  

Torniamo ora alla differenza tra ciò che viene appreso per imitazione e ciò che si “crede” venga appreso per imitazione. Ad esempio, osservando una persona sbadigliare, può capitarci di effettuare la stessa azione. Questo comportamento può essere il frutto di una trasmissione memica? Ovviamente no. Lo sbadiglio viene annoverato da Blackmore tra i comportamenti innati dell’essere umano, non occorre osservare chi sbadiglia per imitare la stessa azione. Il meme quindi si propaga esclusivamente nell’imitare un comportamento che non precluda un’azione innata. Imitare significa trasmettere informazioni, tramite copiatura, tra due soggetti interessati in uno specifico contesto, ma affinché si possa parlare di meme è necessario che venga sviluppato un nuovo comportamento frutto dell’imitazione, e soprattutto, che esso non sia già presente nel nostro patrimonio genetico, culturale o comportamentale. Non tutto ciò che è presente nel nostro corredo mentale, perciò, è un meme. La distinzione tra i due tipi di copiatura per imitazione riesce a semplificare il concetto.

Sorge un problema: se la memetica vuole configurarsi come disciplina scientifica, quali “dati empirici” e sperimentali ci offre per validare le sue ipotesi?

I memi esistono davvero? È possibile misurarli?

A tentare un approccio differente è il neuroscienziato Adam McNamara in cui, in un articolo pubblicato nel 2011 sulla rivista Frontiers of Neurology and Neuroscience, sviluppa una ricerca rilevando come i memi «siano stati messi da parte dalle neuroscienze cognitive a causa della loro definizione inesatta e dalla presunzione secondo cui siano impossibili da misurare» e, dall’idea che i memi entrano in azione in seguito al processo imitativo e, dalla certezza che esista un “correlato biologico” a ciò – nella corteccia prefrontale – che ha il nome di neuroni specchio, risulta facile dedurre, secondo McNamara, che l’attività neuronale giochi un ruolo chiave nell’identificazione dei memi

neuroni specchio furono introdotti nel dibattito scientifico grazie ad alcuni studi condotti negli anni ’80 e ’90 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma, tra i quali vi erano i neuroscienziati Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese. Essi entrano in funzione nell’istante in cui il soggetto osserva un’azione e riproduce mentalmente la stessa sequenza di movimenti o azioni. Il meme, che è frutto di imitazione, potrebbe essere associato all’attività di tali “classe” neuronali. 

Le moderne tecniche di neuroimaging permettono di monitorare l’attività cerebrale e, assegnando a un soggetto un compito che richieda un qualsiasi sforzo cognitivo, sarà possibile notare come si attivino determinate zone chiave.

Scansione e monitoraggio attività cerebrale tramite fMRI. foto pubblicata su: Researchgate.net

McNamara congettura la presenza di due entità separate, assegnando ad esse nomi differenti: i-meme(trasmissione/memorizzazione interna) ed e-meme (trasmissione/ memorizzazione esterna); i secondi risultano relativamente facili da delineare, basti pensare alle unità che costituiscono i lanci pubblicitari o qualsiasi informazione appresa e trasmessa tramite i social media

Gli i-meme invece costituiscono un peso non indifferente dal punto di vista neuroscientifico, infatti possono essere misurati tramite fMRI, grazie al cambiamento dei profili di connettività in determinate regioni, come risultato agli stimoli ricevuti tramite gli e-memi. Tali stimoli, creati ad hoc per la misurazione, comprendono associazioni nuove, astratte e sonore, con lo scopo principale di creare un meme artificiale misurando l’attività cerebrale del processo. Nello studio è emerso come i suoni venissero associati, da parte dei partecipanti, a nuovi gesti e come venisse creato, così, il corrispettivo biologico del meme.

L’attività misurata comprendeva nello specifico le aree delle regioni visive, uditive e della memoria di lavoro oltre all’area della memoria a lungo termine, chiamata ippocampo

Il punto di vista di D.Dennett

Tra i molteplici contributi offerti da numerosi studiosi è necessario prendere in considerazione il lavoro svolto da uno dei più grandi filosofi e scienziati cognitivi, Daniel Clement Dennett.

Daniel Dennett. foto pubblicata su: Prospectmagazine.co.uk

Nelle numerose opere da lui pubblicate è semplice rilevare un appassionato interesse nei confronti del concetto di meme. È stesso Dawkins a ricordarlo:

«Il fatto più significativo è però che l’insigne filosofo Daniel Dennett abbia adottato l’idea del meme facendone una pietra angolare della sua teoria della mente, e che l’abbia sviluppata in due splendidi libri Coscienza. Che cosa è e L’idea pericolosa di Darwin

Dennett si è occupato in modo originale del rapporto tra i memi e le parole: «I cani sono un tipo di mammiferi o un tipo di animali da compagnia. Le parole sono un tipo di che cosa? Sono un tipo di memi […] Che tipo di memi sono le parole? Il tipo che può essere pronunciato […]».

Risulta chiaro, data la mancata possibilità di inquadrare le parole per “tipologia”, come esse possano essere ricondotte ai memi, andando così ad ampliare il campo della memetica e delle possibili forme adottate dai replicatori. Le parole, inoltre, possono essere definite come unità trasmesse oralmente e apprese per imitazione

Nel corso della propria vita, ogni essere umano è in grado di comunicare sentimenti, idee, passioni, ecc. attraverso l’emissione articolata di suoni che prendono il nome di fonemi. Ogni fonema viene unito ad altri in modo da formare un suono unico e peculiare. Ciò è dovuto al fatto che, chi emette e chi ascolta il suono attribuisce ad esso un particolare valore semantico. Al momento della nascita però, e fino ai primi anni di vita, nessun essere umano è in grado di comunicare verbalmente con i propri simili, in quanto le parole necessitano di un lungo percorso di acquisizione per imitazione.

Dennett argomenta la questione memi/parole analizzando non solo la parte imitativa e semantica, bensì introducendo un’altra importante idea: le storie di “discendenza con modificazioni” tipiche della pronuncia e del significato delle parole.

Dennett spiega come le parole siano il frutto di anni e anni di modificazioni acquisite e trasmesse con successo alla discendenza. Per comprendere meglio il concetto torna utile un esempio: la kalokagathìa. Secondo l’antica cultura greca il termine “bello” significava prettamente buonovaloroso utile. Oggi la cifra semantica è molto diversa, poiché bello “significa” gradevole esteticamente.

Dennett afferma che i memi non siano altro che parole, in quanto esse comprendono tutti i requisiti necessari per essere “etichettate” come tali e «le parole possono essere paragonate ai geni, in quanto, essendo esse strutture informazionali – alla pari dei geni – determinano modi di fare le cose».

Esistono davvero i memi? La risposta di D. Dennett

Ovviamente identificare i memi con le parole non basta. 

Vi è un problema di fondo, che spesso fa capolino: “i memi esistono o no?”

Dennett invita a pensare come «determinate creature, oggetti o concetti – ad esempio le sirene, il flogisto o l’élan vital – vengano concepiti come inesistenti, mentre altri concetti o termini – come i colori, i qualia ed il libero arbitrio – siano oggetto di dibattiti epistemici». Inoltre, Dennett spiega come alcune dottrine si basino sull’idea “secondo cui nulla esista realmente a parte gli atomi ed il vuoto“. Ma concetti o entità fittizie – ad esempio le sirene o il libero arbitrio – esistono non in quanto materia tangibile del nostro universo, bensì in qualità di concetti appartenenti all’immaginario collettivo. Le sirene, in questo caso, sono frutto di leggende, racconti e raffigurazioni così radicate nell’immaginario da percepirle come reali. Analizzando i memi, così come si potrebbe fare con le sirene, essi risulteranno realmente esistenti.

Il discorso di Dennett si rafforza con ciò che lui definisce astrazione.

Pensiamo alcuni oggetti che non hanno un’esistenza reale (arcobaleni, amore, odio, denaro ecc.): «Sono illusioni utili, forse, come l’illusione provocata dalle icone sul desktop del computer». 

Una qualsiasi icona presente sul desktop di un computer – si pensi all’icona cestino – in realtà è una pura astrazione di ciò che avviene all’interno del sistema. Non esiste alcun cestino reale che corrisponda a quell’icona, la quale in realtà è formata da pixel illuminati in una precisa porzione di spazio e, se andassimo ad osservarli con un microscopio, sarebbe possibile notare come ciò che appare sia, in realtà, nettamente diverso da ciò che crediamo che esso sia. 

Tale discorso lascia trasparire come vi siano diversi livelli di elaborazione e come, a partire dall’organizzazione della materia (parte hardware in funzione) si crei via via un’astrazione (parte software in esecuzione) tale da permettere l’illusione finale dell’icona cestino.

Esempio astrazione.

Il meme può essere identificato come una semplice astrazione dell’attività generata dai network neuronali e le parole come l’astrazione delle onde sonore emesse dall’apparato vocale dell’uomo. Pure illusioni dunque, elementi inesistenti se intesi in senso “atomico” ma altamente reali se considerati come semplici astrazioni di elementi materiali.

Dennett si domanda: è necessaria l’illusione, al punto da poterla considerare un frutto del processo evolutivo? La risposta è «sì».

Oltre a ciò, restando sempre in tema di illusione e astrazione, Dennett afferma che l’uomo è un robot costituito da altri robot. Nel suo La mente e le menti sostiene che nel mondo, miliardi di anni fa, erano presenti semplici molecole autoreplicanti, in grado di crescere e auto-ripararsi senza che avessero una mente. Dal punto di vista chimico, tali molecole non possono neppure essere considerate vive, ma semplicemente cristalli inanimati: esse sono, a tutti gli effetti, «dei robot naturali», semplici agenti inconsapevoli delle loro azioni (così come lo sono i componenti di una CPU o i neuroni) che, uniti sono in grado di “produrre” l’uomo, ovvero, un robot in grado di vivere la propria esistenza espletando atteggiamenti intenzionali.

La configurazione dell’identità come “selfplex”

Sorgono spontanee, a questo punto, alcune domande: la nostra mente è nient’altro che l’astrazione prodotta dalle connessioni sinaptiche? La soggettività, intesa come il sé e la coscienza del sé, è dettata dal lavoro in sincrono di geni memi o esiste un’altra componente astratta, immateriale

Nella quotidianità ognuno di noi esperisce la propria vita come se fosse governata da un “sé interiore” capace di compiere azioni e ragionamenti utili – oltre al proprio sostentamento – a stringere ed intrattenere relazioni con individui appartenenti alla nostra stessa specie. 

Sembrerebbe del tutto illogico e folle vivere la propria vita senza identificarsi in qualcosa di unitario. Queste criticità investono il campo di ricerca della Filosofia della mente, disciplina nata in tempi relativamente recenti, impegnata ai suoi esordi nella risoluzione del cosiddetto mind-body problem.

Dopo il lungo periodo dominato dal dualismo cartesiano si è passati, in tempi più recenti, al monismomaterialistico, che considera il sistema nervoso centrale come una mera strutturazione di entità fisiche. Osservando all’interno della scatola cranica non vi è presente alcun sé in formato mentale, ma solo una particolare sostanza gelatinosa che comunemente si definisce materia grigia.

Adottando quest’ottica, perciò, si potrebbe considerare l’idea del  e della coscienza come una vera e propria illusione

Blackmore scrive, a proposito dell’illusione del sé

«Io non sono altro che una storia su un “me” che sta scrivendo un libro. Quando in questo libro compare la parola “io”, si tratta di una convenzione che sia io sia voi capiamo, ma che non si riferisce ad alcun essere persistente, cosciente ed interiore che sta dietro alle parole.»

Blackmore è orientata all’esistenza di un “sé illusorio”. È particolarmente significativo il discorso intorno al complesso memico ultimo, ovvero il sé reale ed interiore di ogni essere umano, in grado di sperimentare emozioni, pensare, immaginare, sognare ecc.

«Cosi come avviene per i geni che si raggruppano per la mutua protezione, i memi possono raggrupparsi e propagarsi in gruppo piuttosto che da soli, formando così dei complessi memici o memiplex. Essi includono lingue, religioni, teorie scientifiche, ideologie politiche […] i complessi memici si diffondono finché ci sia una valida ragione per la loro copiatura. Questi complessi memici formano la vera sostanza delle nostre vite».

La memetica, dunque, è in grado di offrire un nuovo punto di vista sul modo di concepire il sé, considerandolo come un agglomerato di memi, altamente invasivi ed insidiosi, che Blackmore definisce selfplex.

Dato che lo scopo dei memi, come abbiamo abbondantemente discusso, è quello di “garantirsi” un posto sicuro nella mente umana e far sì che avvenga la replicazione in maniera repentina e omogenea, illudere gli uomini con l’esistenza di un “io” (che approvi ed appoggi qualsiasi idea/concetto essi “vogliano” diffondere) pare la soluzione più intelligente da adottare, in quanto solo così sarà possibile permettere all’individuo ospitante – ovvero l’uomo – di infettare, tramite l’espressione delle proprie idee, una quantità illimitata di cervelli altrui.

Tutto ciò è apparentemente sconcertante ed esagerato, è lo è ancora di più apprendere come la nostra vita non sia altro che una mera illusione memica, senza alcun reale progetto o finalità. L’intenzionalità sembra essere il frutto di svariati e casuali processi di replica, mentre i nostri corpi paiono simili a marionette. Nel grande disegno memico non esiste alcun io e non esiste alcun tu.

Il discorso si svolge analogamente per il concetto di libero arbitrio: chi prende le decisioni, dato che non esiste alcun “io” in grado di farlo?

Qualcosa di pronto

memi sono l’unità fondamentale del progresso culturale e, grazie ad essi, è stato possibile comprendere ed interpretare, in chiave del tutto nuova, i processi di natura mentale riguardanti la specie umana. 

È stato anche possibile individuare, grazie agli studi di McNamara, la struttura cerebrale relativa alla conformazione memica e come essa sia il frutto di particolari network neuronali. In definitiva è possibile considerare questi replicatori come delle unità pre-configurate dipendenti dal sostrato neurale all’interno del sistema nervoso.

È plausibile perciò affermare che vi sia un particolare vantaggio nell’acquisizione dei memi, in quanto assimilare qualcosa di già configurato rappresenta un guadagno, in termini di sforzo, non indifferente. 

Quali sono, dunque, i benefici dell’avere qualcosa di pronto

Per rispondere in maniera esaustiva a tale domanda è necessario prendere in considerazione il caso della coscienza e del relativo “sforzo energetico” impiegato per mantenerla in vigore e, confrontarlo, in seguito, con la teoria del selfplex proposta da Blackmore.

Nel caso della coscienza, esaminandola dal punto di vista del dispendio energetico, è plausibile constatare come essa sia altamente energivora, in quanto il cervello, per mantenere tale stato, necessita dell’assorbimento di elevate quantità di ossigeno e glucosio. Recentemente il filosofo Pietro Perconti ha illustrato alcuni dati sul consumo basale del cervello: circa il 20% dell’ossigeno e il 60% del glucosio di tutto il corpo. 

«Siamo simili ad Eta Beta, il personaggio di Walt Disney caratterizzato da un corpo filiforme e da una enorme testa, che fa temere che caschi di lato a ogni momento.»

Eta Beta. foto pubblicata su: Corriere.it

Il paragone con Eta Beta, l’ominide dalla testa enorme, lascia trasparire come il cervello assuma un ruolo cardine nelle funzioni cognitive e, date le grosse dimensioni, consumi, come un’auto di grossa cilindrata, una quantità non indifferente di carburante. Accade perciò, per limitare i consumi, che la maggior parte dei processi mentali nell’uomo avvenga in maniera del tutto inconscia

Per comprendere meglio il tutto è bene far chiarezza e distinguere ciò che accade realmente, a livello cognitivo, nella quotidianità di ogni individuo. 

Esistono due tipologie di processi mentali: personali e subpersonali. I primi risultano imputabili alle persone, infatti, sono proprio essi a esprimere volontà e svolgere azioni, mentre i secondi non sono imputabili a chi li produce, in quanto costituiscono tutte le computazioni neurali appartenenti al sostrato cerebrale, di cui gli individuo non sono, ovviamente, consapevoli. 

Tali computazioni inconsce, seguendo la logica memetica, potrebbero essere associate a ciò che McNamara definisce i-memi. Infatti, così come avviene nell’esempio riportato nell’articolo del neuroscienziato, gli uomini hanno consapevolezza solo degli stimoli esterni, chiamati e-memi, e non dei processi cerebrali che elaborano l’informazione e da cui scaturisce il “risultato semantico”. Tutta questa classe di connessioni neuronali si produce in maniera automatica e repentina. Nessun essere umano è in grado di osservare o sentire ciò che avviene all’interno del proprio cervello. 

Riaprendo la parentesi del consumo basale, tralasciata qualche capoverso fa, sorge spontanea la seguente domanda: di quanta energia ha bisogno il cervello, oltre al consumo basale, durante l’attività cosciente? 

Perconti sostiene argutamente che, nonostante «le ancora limitate conoscenze sull’argomento», l’energia consumata «nell’emergere delle sensazione della consapevolezza» è da considerarsi notevole.

È possibile postulare che vi sia un oneroso consumo energico scaturito dall’emersione della coscienza dettato dal lavoro, svolto in sincrono, di molteplici aree cerebrali, ghiotte di eccessive dosi di ossigeno e glucosio.

Semplificazione cognitiva e risparmio energetico

memi, e la conseguente “ipotesi” del selfplex, potrebbero offrire un punto di vista differente circa la loro utilità in termini di consumo energetico e “sforzi” cerebrali atti a modulare processi coscienti. A partire dal meccanismo di imitazione risulta comprensibile intravedere l’innesco di un andamento di semplificazione cognitiva, ovvero un meccanismo in grado di far sì che gli uomini possano copiare azioni o parole, e di far proprie tali azioni senza lo sforzo di creare nuove elaborazioni semantiche

Così come accadde per il linguaggio, che grazie all’imitazione permise all’uomo di copiare ed esternare con estrema facilità i suoni uditi, lo stesso accade oggigiorno, in maniera globale, per la totalità delle unità memetiche acquisite. 

La suggestiva natura del selfplex ne è un esempio lampante. Come abbiamo già discusso nel paragrafo in cui si affermava che coscienza e consapevolezza del  fossero in realtà semplici “agglomerati di memi”, torna utile la riflessione circa la validità e l’efficienza di tale infezione memica

Avere dei memi pronti all’uso, identificabili attraverso configurazioni neurali predefinite, semplifica le condizioni di sforzo adattativo e pressione selettiva di ogni individuo, oltre a ridurre il dispendio energetico. Il discorso avviene in maniera amplificata nel caso dell’agglomerato memico costituente il selfplex: decine di unità infettanti il nostro cervello, oltre a creare l’illusione utile ai fini del vantaggio selettivo, contribuiscono in maniera qualitativa e quantitativa alla riduzione delle energie spese sia in termini di fatica che di risorse nutritive per il sistema nervoso.

Un vantaggio non da poco dunque, utile in una duplice prospettiva: risparmio di risorse energetiche e incremento della fitness. L’illusione di un sé cosciente, capace di compiere azioni e prendere decisioni, permise ai nostri antenati di uscire vittoriosi nella competizione ed aumentare, perciò, la fitness individuale e dell’intera specie umana.

Ricapitolando, perciò, un duplice vantaggio che vede da un lato l’unità memetica pre-configurata, pronta all’uso e capace di ridurre sforzi e consumi, dall’altro il percorso parallelo, volto all’evoluzione, tra memi e geni: i primi, presi in agglomerato, capaci di gettare le fondamenta (coscienza o selfplex) utili o, addirittura, necessarie alla replicazione, tramite riproduzione sessuale, delle unità genetiche. 

Un connubio perfetto tra due entità replicanti in grado di offrire reciproci vantaggi. Pare evidente come, in risposta alla domanda posta in origine del paragrafo, sul perché convenisse avere qualcosa di pronto anziché spendere ulteriori energie, sia possibile concludere sostenendo che ciò accada grazie all’imitazione e al successivo processo di selezione, in virtù di una necessità concreta: incrementare la fitness

Il fine ultimo di tale incremento è in fin dei conti uno solo, ovvero la garanzia che al mondo vi siano sempre, e all’infinito, unità in grado di replicarsi autonomamente. 

link al mio precedente articolo: “A sua immagine e somiglianza: Uomo e Computer

Bibliografia:

  • Blackmore, S. (2000). The Power of Memes. Scientific American, 283(4), 52-61. doi:10.1038/scientificamerican1000-64;
  • Darwin, C. (2009). L’origine della specie. Milano: BUR Bliblioteca Universale Rizzoli;
  • Dawkins, R. C. (1976). Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente (2018 ed.). Milano: Mondadori;
  • Dennett, D. C. (2018). Dai batteri a Bach. Come evolve la mente. (I ed.). (S. Frediani, Trad.). Milano: Raffaello Cortina Editore;
  • TED (Regia). (2002, Feb). Dangerous Memes [Film]. USA. Tratto da TED: www.ted.com/talks/dan_dennett_on_dangerous_memes;
  • Perconti, P. (2017). Filosofia della mente. Bologna: Il Mulino.
  • McNamara, A. (2011, Maggio 25). Can we measure memes? Frontiers in evolutionary Neuroscience, 3, 1-7. doi:10.3389/fnevo.2011.00001.

Fonti: Ted.com; Wikipedia meme; Focus.it; Oscarmondadori.it; Studiotrevisani.it; Wikipedia Blackmore; Researchgate.net; Prospectmagazine.co.uk; Corriere.it; Pixabay.com.